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E’ stato disintegrato il record di distanza delle supernovae osservate:
da circa 9 miliardi di anni luce si è passati direttamente agli 11,0 e
11,4 di due supernovae riconosciute come tali da un gruppo di
ricercatori guidato da Jeff Cooke, della University of California, di
stanza a Irvine. In sé la notizia già sarebbe notevole, ma ancor più lo
è considerando che per la scoperta è stata applicata una tecnica nuova
per quel settore (in realtà già applicata in altri), ovvero quella della
somma di immagini molto profonde di piccole regioni di cielo.
Fondamentale per il team di Cooke è stato avere a disposizione serie
annuali complete di immagini di archivio, realizzate su un periodo
complessivo di quattro anni tramite il Canada-France-Hawaii Telescope (CFHT).
Comparando i diversi anni è stato possibile individuare delle potenziali
supernovae, e utilizzando lo stesso CFHT in aggiunta ai Keck I e II
degli osservatori delle Hawaii ne è stata confermata la natura
attraverso l’analisi spettrale della luce. Si tratta di due supernovae
di tipo IIn. I componenti di questa tipologia si originano a partire da
stelle di massa 50-100 volte quella del Sole, che prima di esplodere
riversano nello spazio una frazione considerevole della loro massa. E’
proprio questo materiale che, investito dalla gigantesca onda d’urto
della supernova, ha sprigionato l’intensissima luce ultravioletta
registrata da Cooke e colleghi. Lo spostamento verso il rosso della
radiazione originale, che può persistere, pur indebolendosi, anche per
anni, ha permesso di determinare la distanza degli oggetti.
Cooke stima che circa il 90% delle supernovae apparse in quei tempi
remoti (l’universo aveva circa 1/5 dell’età attuale) siano di tipo IIn e
il loro studio è fondamentale per capire la composizione delle stelle
progenitrici, l’arricchimento progressivo in metalli pesanti
dell’universo e di conseguenza l’epoca in cui possono essersi formati i
primi pianeti solidi, in altre parole, quando possono essere apparse
nell’universo le primissimi forme di vita. Il
fatto di poter
osservare il bagliore dell’esplosione di quelle lontane supernovae per
un periodo di alcuni anni rende più facile scoprirle e c’è da star certi
che il loro numero si moltiplicherà nei prossimi anni.
Oltre alle due supernovae record (z = 2.357 e 2.013) ne è stata
individuata anche un’altra che infrange il precedente primato per le IIn,
che era di appena 6 miliardi di anni luce, ed è una supernova lontana 8
miliardi di anni luce (z = 0,808).
Il team di Cooke, i cui risultati saranno pubblicati sul numero odierno
(9 luglio) di Nature confida nel fatto di riuscire a spingersi
ancora più in là nello spazio e quindi ancora più indietro nel tempo,
fino a individuare le prime supernovae esplose dopo il Big Bang,
tracciando così, attraverso l’analisi spettrale della luce raccolta,
l’evoluzione chimica dell’universo.
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